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Percorsi tematici > Il paesaggio nell'arte marchigiana: da sfondo a soggetto, dalla rappresentazione ideale alla reale

L’interesse per la rappresentazione dell’ambiente naturale non si è sviluppato in modo analogo in ogni epoca o civiltà: il modo di mettersi in rapporto con la natura da parte dell’uomo e, per converso dell’artista, è stato infatti estremamente variabile nel tempo. Le più lontane premesse della pittura di paesaggio sono da rintracciare nelle rappresentazioni figurative di età classica in cui il paesaggio è prevalentemente un luogo ideale, mnemonico e dunque slegato dalla percezione visiva. Tale tendenza permane nel corso del Medioevo, età in cui la rappresentazione dell’ambiente naturale sottostava ancora a concezioni prevalentemente simboliche legate al contesto religioso. 

Il risultato che ne è derivato è stato quello di una raffigurazione della natura ideale ed astratta che fungeva per lo più da sfondo alle opere religiose e che fosse in grado soprattutto di favorire la comprensione dei soggetti da parte dei fedeli. Il  punto di svolta venne segnato da Giotto che, nel celebre ciclo di Assisi, ha recuperato un naturalismo più coerente e veritiero. Benché sempre sottomesse alla narrazione di storie, le vedute cominciarono da quel momento ad acquisire sempre maggiore autonomia. In età rinascimentale la rappresentazione del contesto geografico si fa più veritiera, pur rimanendo un elemento subordinato al soggetto principale.        

La pittura di paesaggio quale genere ha origine nel Cinquecento e, nell’arco di un secolo, si insinua gradualmente fino ad ottenere piena consacrazione nel Seicento, secolo in cui diviene totalizzante, infrangendo in via definitiva il sistema spaziale rinascimentale che vedeva l’uomo al centro di tutto. Nel Settecento grande successo ottiene il genere della ‘veduta’ in cui  scienza e arte si conciliano alla perfezione nei virtuosismi prospettici debitori dello sviluppo degli studi sull’ottica: Canaletto, Guardi e Bellotto sono alcuni dei nomi più celebri del vedutismo italiano. 

L’arte marchigiana segue in nuce lo stesso andamento dell’arte italiana: il paesaggio è dapprima lo scenario talvolta reale e talvolta idealizzato delle pale d’altare del Pagani, del De Magistris e del Guerrieri, tanto per citare alcuni significativi esempi; è poi oggetto di studio e di esercitazione nei disegni conservati nella Biblioteca di Urbania del Barocci, di Gherardo Cibo e di Domenico Peruzzini, ed infine diviene protagonista unico e assoluto del pittore anconetano Francesco Foschi, l’unico forse ‘pittore di vedute’ marchigiano.  
Si propone di seguito un possibile e quanto mai parziale itinerario alla volta di opere conservate in chiese, musei e biblioteche in cui la rappresentazione del paesaggio matura progressivamente nella coscienza degli artisti marchigiani.
La Pinacoteca civica di Sarnano conserva una tavola raffigurante Santa Lucia e gloria d’angeli su fondo di paese, opera di Vincenzo Pagani (1525), in cui la figura della santa è immersa in un ampio paesaggio fatto di colline, vallate, boschi, mentre sullo sfondo si apre uno scorcio di mare solcato da barche a vela. Punteggiano il territorio borghi turriti, ville e castelli. 
La descrizione del Pagani, ancora legata alla lezione rinascimentale, è estremamente nitida e curata nel dettaglio: con meticolosità lenticolare si distinguono arbusti, piante, cespugli, colline e città in cui si muovono viandanti, pastori e pescatori, dettagli che svelano l’abilità quasi da miniaturista del pittore di Monterubbiano.
Di diverso tenore è il linguaggio di Simone De Magistris, pittore  di appena una generazione più giovane del Pagani e nativo degli stessi luoghi. De Magistris abbandona l’equilibrio e l’armonia rinascimentale  annullando prospettiva, senso dello spazio e  unità della rappresentazione. La natura nei fondali delle sue tele si fa emotiva ed espressiva, partecipando all’evento mistico. Nella Crocifissione del 1598 della Collegiata di Santa Maria Annunziata di San Ginesio, la scena è dominata dalle tinte livide del cielo notturno. Dietro la croce si apre un paesaggio quasi lunare  irradiato da una luce sulfurea che stempera la drammaticità della scena e illumina il profilo di una montagna alle cui pendici si distende un paese. 
Saggio della perizia del De Magistris nella rappresentazione di suggestivi paesaggi è tuttavia la Madonna del Rosario del Monastero delle Benedettine di Sant’Onofrio ad Ascoli Piceno, databile al 1590 circa. In quest’opera il pittore si cimenta in una duplice rappresentazione di città: il modello che Sant’Emidio, patrono di Ascoli, offre alla protezione della Vergine e la veduta che si apre dietro il tendaggio, in cui sono riconoscibili il colle San Marco che sovrasta Ascoli e i fiumi Tronto e Castellano.  

La frammentarietà della pala San Nicola da Tolentino, un tempo conservata nella chiesa di Sant’Agostino di Ancona e oggi smembrata, ha ‘isolato’ la Veduta di Ancona (Pinacoteca civica di Ancona) del pittore anconetano Andrea Lilli  eseguita intorno al 1597, un tempo scenario alle vicende di San Nicola. L’opera è una rappresentazione del fronte della città che si affaccia sul porto: sono perfettamente riconoscibili, tra gli altri edifici e monumenti, il Rivellino, l’Arco di Traiano, la Cattedrale di San Ciriaco, la chiesa di San Primiano. Nonostante la realistica rappresentazione del profilo di Ancona, Lilli gioca con la sua città natale immaginandola un modellino dai toni lilla, rosati, affacciata su un mare scuro solcato da una caravella. Nel paesaggio favolistico definito da Pulini di “zucchero e marzapane”, si rispecchia il carattere visionario del Lilli.

Il paesaggio è stato anche oggetto di esercitazioni grafiche da parte di alcuni artisti. Dell’urbinate Federico Barocci, è giunto sino a noi un corpus di venti fogli conservato nella Biblioteca  civica di Urbania. I disegni raffigurano, tra gli altri soggetti, prevalentemente paesaggi che, in alcuni casi, avrebbero fatto poi da sfondo alle opere pittoriche. Il disegno Paesaggio urbinate, ad esempio, è fedelmente somigliante allo sfondo del Cristo spirante del Museo del Prado di Madrid, un brano di natura definito dallo storico dell’arte Andrea Emiliani «il primo paesaggio della pittura italiana». 

Lo studio del paesaggio era preparatorio anche alla realizzazione di incisioni: è il caso dello Studio per il paesaggio con il ratto d’Europa (Urbania, Biblioteca e civico museo) di Domenico Peruzzini, in cui l’artista prepara lo sfondo per l’incisione il Ratto d’Europa. Nel disegno la natura appare rigogliosa ed invadente: gli alberi sono contorti e frondosi, riflessi su specchi d’acqua in cui si affacciano minuscole figure in una composizione di sapore “romantico”.  

Alcuni autori considerarono il disegno di paesaggio un’opera d’arte autonoma. Gherardo Cibo,  i cui disegni sono raccolti in taccuini e quadernetti, era pervaso da uno spirito di scoperta instancabile: interessato alla botanica e alla geologia, egli scopriva la natura non solo nel dettaglio ma anche nelle vaste vedute di paesaggi fantastici e negli edifici di ispirazione classica.  Ad Urbania, nel corpus grafico della Collezione Ubaldini, è conservato un disegno del Cibo dal titolo Paesaggio fantastico con figure con anfratti rocciosi circondati da vegetazione: si tratta di un paesaggio tipico dell’artista dove prevalgono scenari fantastici animati da esili figure.    

In alcuni fogli dei taccuini di disegni conservati a Fossombrone nella Biblioteca Passionei è Cibo stesso ad appuntare a margine se si tratta di una veduta reale o di un’invenzione, dando a volte esatte indicazioni topografiche come nel Mulino presso Sasso Cupo, località sita nei pressi di Arcevia dove tuttora, oltre al torrente Acquaviva, esiste una costruzione utilizzata già come mulino e menzionata con il toponimo "Sasso Cupo" nelle carte catastali del Comune. Il disegno riporta un tipico paesaggio appenninico leggermente colorato a tempera. Difficile invece stabilire se si tratti di una veduta reale o di un’invenzione, il Paesaggio fluviale su un guado con pescatore in cui le piccole figure di viandanti, di un cavaliere e di un pescatore svolgono una funzione accessoria rispetto al paesaggio, protagonista dell’opera. 

Una città fortificata lungo le rive di un fiume si apre invece al di sotto dell’Incoronazione della Vergine che avviene al cospetto di San Francesco. Opera del veronese Claudio Ridolfi, la tela, conservata nel Museo Diocesano di Cagli, venne realizzata dopo il 1618 per una chiesetta nei dintorni di Cagli che, un po’ forzosamente, è stata assimilata alla cittadina rappresentata nel quadro.  Claudio Ridolfi, che trascorse nelle Marche gran parte della sua vita, conciliò nella sua produzione la doppia anima veneta e marchigiana, particolarmente rintracciabile nel Battesimo di Cristo di Mercatello sul Metauro del 1612: veneta per la composizione delle figure, nell’opera si rintracciano somiglianze stilistiche con Barocci, soprattutto nei ritratti dei committenti e negli angeli che rendono l’opera meno aulica e più familiare. Le tinte livide e fredde del paesaggio naturale al centro si distaccano nettamente dai toni luminosi e vivaci dell’arte veneta.    

Continuazione ideale del genere “pittura di paesaggio” è il vedutismo che sperimenta i metodi propri degli strumenti scientifici, per giungere ad una rappresentazione sempre più fedele al vero. Questo genere divenne molto popolare nel Settecento e ha in Canaletto, Bellotto e Guardi i suoi esponenti più celebri. Tra i pittori vedutisti italiani attivi nel Settecento, c’è l’anconetano Francesco Foschi. Le sue opere, oggi conservate in larga parte in collezioni private, descrivono paesaggi innevati, marine e città dipinte dal vero. Il Paesaggio di Pesaro visto dal San Bartolo del 1768 raffigura la città in lontananza affacciata sul porto appena completato. Figure di uomini e donne minuziosamente e graziosamente descritte si muovono in primo piano e costituiscono il semplice pretesto per la raffigurazione del paesaggio, protagonista assoluto e incontrastato dell’opera del Foschi. 

BIBLIOGRAFIA

- Federico Barocci Giovanni Francesco Guerrieri Domenico Peruzzini: tre disegnatori delle Marche nella Collezione Ubaldini, Edizioni Biblioteca e Civico Museo di Urbania, 1994.  

- C. Costanzi, M. Massa, Claudio Ridolfi, un pittore veneto nelle Marche del ‘600, Il lavoro editoriale Ancona, 1994.

- Il paesaggio nella pittura umbro-marchigiana tra Cinquecento e Ottocento, progetto di Federico Zeri, curatela di Andrea G. De Marchi, Ed. Umberto & Allemandi, Torino 1998.

- P. Santini, Arcevia. Nuovo Itinerario nella Storia e nell'Arte, Arcevia, 2005, pag 386.

- V. Sgarbi, Simone De Magistris un pittore visionario tra Lotto e El Greco, Marsilio Editore 2007. 

- Disegni della Biblioteca Comunale di Urbania. La Collezione Ubaldini Regione Marche, Centro Beni culturali, Ed. Calderini, Bologna. 

Legenda

Sede museale
Pinacoteca Civica - FOSSOMBRONE
 
Museo di San Francesco - MERCATELLO SUL METAURO
 
I Musei Civici di Palazzo Mosca - PESARO
 
Musei di Palazzo Ducale. Museo Civico, Pinacoteca, Collezione di grafica - URBANIA


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