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venerdì 21 settembre 2018  16:05 

Le storie dei nostri emigranti sono simili: i marchigiani, piuttosto prudenti e riflessivi, non si avventuravano facilmente in terre lontane e quando decidevano di partire, lo facevano per realizzare un bel gruzzolo di denaro che avrebbe permesso loro di comprare un terreno al paese ed avere un futuro più sereno.

Perché la maggioranza emigrò in Argentina?

Forse per una naturale corrente di simpatia che si stabilì tra una regione profondamente rurale, come erano le Marche dell’epoca, ed un Paese che legava fortemente il proprio sviluppo economico al settore agricolo; probabilmente per affinità di lingua, sicuramente per la prospettiva di ricevere protezione da parte del governo federale che da anni operava in tal senso.

Arribo del piroscafo "Giulio Cesare" al desembarcadero del Hotel de Inmigrantes (Direccion Nacional de Migraciones) - Buenos Aires 1912

L’emigrazione marchigiana è stata per gran parte un’emigrazione di richiamo, il cui elemento promotore era rappresentato dal vincolo di parentela esistente con i primi immigrati: una fitta corrispondenza tra familiari e compaesani convinse anche i più restii ad intraprendere l’avventura. Ciononostante, anche le Marche sono state coinvolte nella cosiddetta emigrazione organizzata, gestita attraverso gli agenti di emigrazione, soprattutto negli anni 1894 e 1897.

Si ha notizia per la prima volta dell’operato di agenti nelle Marche, nella statistica dell’emigrazione degli anni 1884-1885, promossa dal ministero dell’agricoltura, industria e commercio, dove vi è accertata l’attività di una delle più famose agenzie del periodo, quella di Giuseppe Colajanni di Genova. Dopo aver operato nel nord-est d’Italia, Colajanni giunse ad Ancona attorno al 1883;scelse un sub-agente, tale Venturini, ed iniziò ad operare nella zona compresa tra Sirolo, Santa Maria Nuova e Osimo, importante centro tessile.

Nello stesso anno si spostò nel maceratese dove, per conto del governo argentino, ingaggiò cinquanta uomini per la costruzione di una città sul Rìo della Plata.

 

(Terra Promessa, il sogno argentino, Storia e Testimonianze volume 1, Paola Cecchini, Ancona, aprile 2006)


FERNANDA TORRESI CORRADINI

Alla metà del secolo passato alcuni ristoranti italiani divennero luoghi di incontro e scavo nella città di Mendoza. Il più importante di quell’epoca era La Marchigiana, gestito da Fernanda Torresi Corradini di Porto San Giorgio. Dopo tanti anni, l’anima del ristorante è la figlia di Fernanda, Maria Teresa, specializzata in cucina mediterranea, anche se le sue ricette trasformano spesso i piatti in una composizione italo-argentina. L’intervista che segue è stata rilasciata a Mendoza nel febbraio 2003 a Maria Rosa Cozzani de Palmeda.

Fernanda Torresi Corradini, originaria di Porto San Giorgio, con i figli (Archivio Storico Emigrazione Marchigiana), Mendoza, anni Cinquanta

“E’ nata in Italia,Maria Teresa?

Si, a Porto San Giorgio. Avevo quattordici anni quando sono arrivata con i miei fratelli e la mamma, una marchigiana forte e determinata che voleva realizzare il sogno di una vita migliore.

Come cominciò la vostra attività?

Fu molto difficile cominciare a far da mangiare a Mendoza. Quando abbiamo iniziato e sono arrivati i primi clienti, non sapevamo cosa cucinare, così abbiamo fatto le tagliatelle.

Il locale com’era?

Una catapecchia. Quando pioveva, ricordo che mia madre cucinava con un impermeabile sulla testa…un giorno ad un cliente abbiamo dovuto mettere uno sgabello sotto i piedi perché non gli si bagnassero…

Lei cucinava con sua madre?

No. Mia madre cucinava e io servivo ai tavoli, ma con lei ho imparato i segreti della cucina e la sua presenza si fa più reale quando facciola pasta. Avevamo pure una pensione…In una sola stanza avevamo dieci ospiti, a volte uno più ubriaco dell’altro. Ben presto però non solo è cambiato il posto dove lavoravamo, ma con la nostra attività è cambiato perfino l’aspetto della strada.

Lavora ininterrottamente da allora?

Non ho mai smesso di lavorare in cucina. Anche prima di partorire, ho sempre lavorato; mi coricavo all’una e mi alzavo alle otto.

Tra schiumaioli, padelle, mestoli e pentole mi trovo molto bene, e ancor di più quando son pronti i cappelletti, gli spaghetti, le lasagne, gli agnolotti e il risotto, o le pappardelle con salsa ai funghi  e tacchinella che piacciono da morire…

E’ sempre così allegra quando lavora?

Faccio il mio lavoro con allegria e certe volte ci metto tanto entusiasmo e decisione che mi sento come il direttore di un’orchestra;passo da un piatto all’altro, da una salsa di pomodoro ad una bolognese e aduna ai funghi; allo stesso tempo faccio saltare le crespelle, metto fretta agli aiutanti, do coraggio ai pasticceri, decoro un pesce con foglie di basilico…Una volta, ho detto al maestro Gregorio Gutièrrez, dopo averlo visto dirigere il Requiem di Verdi, che anch’io mi sentivo una direttrice d’orchestra…Lui si è messo a ridere.

Sono sicura che fosse d’accordo. Dopo tanti anni qui, si sente più italiana o più argentina?

Con gli amici ci si sente un po’ italiani e quando i figli e i nipoti parlano italiano, i vincoli si affermano ancora di più, perché la lingua è come il suono delle campane del paese, è ciò che trasporta, riporta i ricordi e ti apre alla musica…

Ciononostante, la mia idea è che i miei figli e i miei nipoti debbano amare la terra dove sono nati e questo significa difenderla con il lavoro, più che con una bandiera o un mazzo di fiori. Vivere guardando da migliaia di chilometri di distanza non serve a niente…Io amo questa terra, che è quella dei miei figli e dei miei nipoti e perciò anche la mia…e non sogno più l’Italia.

Cosa rappresenta un emigrante per lei?

Guardi, esistono uccelli migratori che se ne vanno in altri paesi quando arriva il freddo, perché sanno che altrimenti li aspetta la morte.Quando ero bambina li vedevo aprire le ali e volare a stormi fino a perdersi nell’orizzonte come piccoli punti. Restavo a guardarli fino a quando il cielo non si confondeva con loro, facendosi ogni volta più limpido. Il giorno seguente ne vedevo altri aprire le ali e dopo, quando il freddo era più intenso, non li vedevo più. In primavera, quando le colline fiorivano, sentivo il loro canto e sembrava che ognuno avesse il proprio posto assegnato. La natura è saggia, ordinata e cronometrica, molto più degli esseri umani che sono sempre assillati dai dubbi. Cosa siamo noi emigranti? Forse siamo come quegli uccelli che vedevo all’orizzonte.

Torna spesso al suo paese?

Si, ed ogni volta che torno, mi prende una meravigliosa sensazione di pienezza che mi fa vibrare il cuore e tutto il corpo. Non so come descrivere questa sensazione: sono i visi, i momenti vissuti, i rumori, la musica, gli odori, le campane della chiesa dove mia nonna non si perdeva mai la Santa Messa al mattino. Ora mi sembra di aver perso il mio spazio anteriore nella mia patria italiana.

E quando torna in Argentina che effetto le fa?

Quando ritorno in famiglia, alla mia cucina,  al mio lavoro, ai miei amici, mi meraviglio di essere felice solo camminando per la strada, guardando gli alberi; scopro anche che il cielo assomiglia a quello della mia terra e mi domando: sono stata tagliata a metà? Sarà come amare due madri? Non è cosa facile. Eppure, ci sono dei momenti, come quando taglio il pesce, ferma nel mio lavoro, nei quali mi domando spaventata se non siamo qualcosa di simile anche noi, una coda di pesce. E mi fa trasalire l’odore della menta, perché in quell’odore scopro l’aroma della campagna del mio paese. Che cosa strana siamo!”

(Terra Promessa, Il sogno argentino, Storia e Testimonianza volume 1, Paola Cecchini, Ancona, aprile 2006)


CARLO PEPA

In merito agli ortolani (numerosissimi nella valle del Rìo Negro, grazie al piano di irrigazione elaborato dall’ingegnere Cipolletti), ho avuto modo di intervistarne uno:si chiama Carlo Pepa ed ha lavorato ad Abasto,vicino La Plata. Questa è l’intervista che lui e la moglie Iolanda Strologo mi hanno rilasciato ad Ancona il 22 luglio 2003.

Carlo Pepa e Iolanda Strologo, originari di Ancona (Archivio Storico Emigrazione Marchigiana), Abasto, 1952

Quando è partito per l’Argentina, sig. Pepa? Ricorda il giorno?

Certo, era il 5 maggio 1949. Ricordo anche la nave, la Vespucci.

Quanti anni aveva?

Ventiquattro. Ero un giovanotto.

Che lavoro faceva ad Ancona?

Al ritorno dalla guerra, ho fatto il manovale ed il muratore, fino a che sono stato assunto al cantiere navale della città.

E allora? Perché ha deciso di partire?

Per un atto di arroganza: un sindacalista della C.G.I.L. mi ha fatto licenziare, perché nella mia famiglia c’era già una persona che lavorava, mio padre. Lavorava in ferrovia, ma aveva a carico mia madre e tre figli! La C.G.I.L. era molto potente allora ad Ancona.

Per questo è partito?

Proprio così.

Non poteva cercare un altro lavoro in città?

Non ne ho voluto sapere. Mi ha colto la disperazione, ero molto sfiduciato, è stata una gran delusione. Così ho scritto a mio zio,partito nel ’21, per farmi fare la richiesta.

Dove viveva suo zio?

Ad Abasto, vicino la Plata.

E che faceva?

Aveva in affitto un orto, di cinque-sei ettari.

E lei, Iolanda?Quando è partita?

Nel maggio 1950. Avevo sedici anni. Sono partita con tuttala famiglia.

Quanti eravate?

C’erano mio padre; Maria, la seconda moglie di mio padre; Mariola, Alma e Mario, il fratellino più piccolo, di otto mesi. Stava sempre in braccio a me e sulla nave credevano che fossi la madre, ero già alta come ora.

Sua madre era morta?

Si, a ventinove anni. Io avevo allora sei anni e Mario la,mia sorella minore, quattro. Dopo sei mesi mio padre si è risposato e appena quaranta giorni dopo le nozze, è partito in guerra. C’è rimasto cinque anni.

Siete entrambi di Ancona. Vi conoscevate?

I. No. Ci siamo conosciuti là.

Come?

I. Era destino: i nostri poderi erano confinanti, ci divideva un fosso. Ci siamo conosciuti così.

C. Bastava un fischio e io saltavo il fosso e andavo a pranzo a casa loro: suo padre cacciava lepri…eh, c’era un sacco di selvaggina al tempo in Argentina.

Poi vi siete sposati…

C. E abbiamo preso in affitto un nostro orto, di circa sei ettari.

Ma lei in Italia aveva fatto tutt’altro lavoro.

C. Ho imparato là a coltivare la terra. Chi l’aveva mai lavorata! Il lavoro mi piaceva e non mi pesava: stavo seduto sull’aratro e due cavalli lo trainavano.

Com’era la terra in Argentina?

C. Leggera,farinosa, color rosso. Ottima.

Cosa coltivavate?

C. Tutti gli ortaggi, ogni tipo di frutta e verdura.

Che faceva nel tempo libero?

C. Ne avevo così poco! Comunque, avevo imbarcato con me la bicicletta, una Bianchi. Così alla domenica, quand’ero ancora scapolo, andavo con mio cugino ed altri altri amici a fare un giro, poi a bere una birra in un rancho, un bar tipo western. Un giorno,mi ricordo, un gaucho mi invitò a bere con lui. Io non volevo, ma aveva un facón grande così e se si offendeva, erano guai.

Com’erano gli argentini?

C. Beh, pensavano per il giorno stesso. I loro figli erano scalzi, nudi o quasi.

I. Lavoravano poco, bevevano e facevano figli…Non avrei mai sposato un argentino, mai. Eravamo troppo diversi da loro.

C. Talvolta ci chiamavano a noi italiani, gringos demierda o muertos de hambre: ci vedevano sempre lavorare a testa bassa;certo, rispetto a loro eravamo ambiziosi, volevamo progredire.

Protestavate per questi epiteti?

C. No, no lasciavamo correre, portavano sempre il coltello!

Lei, Iolanda, ha aiutato suo marito nell’orto?

I. Se l’ho aiutato? Ho lavorato dalla mattina alla sera, sempre, anche quando ero incinta,fino all’ultimo momento ho lavorato! Custodivo gli animali e le api e curavo gli ortaggi. Il pomeriggio prima della nascita di Enrique, ho fasciato novanta dozzine di piante di sedano.

Fasciato?

I. Si, le ho fasciate per farle diventare bianche e tenere. Sono stata tutto il giorno china. Alla notte ho avuto le doglie e alle sette di mattina il bambino era già nato.

Quanti figli ha avuto?

I. Due.

Sono nati a casa i bambini?

I. No, all’Umberto I°, l’ospedale italiano di La Plata. L’ostetrica che ha assistito la seconda era nata a Cupramontana;aveva avuto anche un premio per aver fatto nascere il ventimilionesimo argentino.

C’erano  scuole ad Abasto?

C. Si, e proibivano agli alunni di parlare italiano. Io comunque, dopo otto giorni che ero là, leggevo il giornale in castigliano.

C’erano molti marchigiani nella zona?

I.Si, venivano da tutte le province.

Dove lavoravano?

C. Negli orti come noi.

Com’era il Paese sotto l’aspetto politico? Che ricordi ne avete?

C. Perón è stato un disastro, ha rovinato l’Argentina. A noi italiani ci trattavano bene,volevano che diventassimo tutti argentini, ma solo il 3% lo diventò : non era vantaggioso diventarlo, e neppure svantaggioso. Se però facevi politica e non avevi la cittadinanza, beh, allora ti mandavano via…Ma noi italiani ci tenevamo alla larga da questo.

I. Dal ’49 al ’53 la situazione era tranquilla, Lombardi fu il primo generale a fare il colpo distato, mi pare.

C. Frondizi fu un presidente bravo, ma ha governato così poco…

I. (rivolta a Carlo): Ti ricordi i carrarmati che son passati vicino casa nostra con i cannoni spiegati?

Che anno era?

C. Il ’63.C’erano rivoluzioni, una dietro l’altra, rivoluzioni e colpi di stato che si susseguivano…

I. A dieci chilometri da casa nostra i due schieramenti si sono scontrati: uno veniva dal sud, da Mar del Plata e l’altro dal nord.

Eravate spaventati?

C.Spaventatissimi, come tutti gli italiani. Stavamo chiusi in casa. La strada era sbarrata. Che disastro, dicevamo, siamo andati via dall’Italia dopo la guerra e abbiamo trovato qui un colpo di stato appresso ad un altro.

I. Mi sono dimenticata di dire che mio cugino, Avellino Strologo, è stato anche Ministro all’agricoltura durante il secondo governo Perón; ha resistito un mese soltanto, poi si è dimesso. Era direttore generale delle Cooperative agricole.

Perché siete tornati?

I. Per l’incidente di Carlo.

 C. Sono caduto da un carro. Stavo per caricare le melanzane per andare a venderle, quando il cavallo si è mosso e così sono scivolato sull’asfalto.

I. Quell’anno era piovuto molto, ti ricordi? C’erano moltissime zanzare. Il cavallo si è mosso per il fastidio che gli davano le zanzare che se lo mangiavano vivo.

Si è fatto male molto?

C. Avevo quattro costole rotte, non respiravo più. Questo mi avevano detto in Argentina, poi in Italia mi hanno trovato anche una lesione interna alla cervicale e me l’hanno saldata con tredici punti.

C’era l’assistenza sanitaria al tempo?

C. Non per noi che lavoravamo negli orti. Le medicine e le cure erano totalmente a nostro carico. Per chi lavorava in fabbrica, invece, la copertura mutualistica era pari al 50%. Per noi non era prevista neppure la previdenza, la pensione. La legge è uscita nel ’65 quando già eravamo qua.

I. Abbiamo speso un sacco di soldi anche per curare Silvia, nostra figlia, che soffriva di rachitismo. Le mancava il calcio nelle ossa e le ginocchia le facevano male.Siamo riusciti a guarirla, l’abbiamo curata bene, ne è valsa la pena.

Quindi avete deciso di tornare…

I. Si, perché Carlo non poteva più fare questo lavoro.

C. Non avrei mai pensato che potesse finire così la mia avventura argentina, mai, perché ero partito per restare e sarei rimasto lì per sempre.

Che anno era?

I. Siamo partiti il 16 aprile 1965 con la Costa.

Chi avete lasciato là?

I. La mia famiglia d’origine. Non ho più rivisto i miei genitori, né i fratelli e le sorelle di cui ho tanta nostalgia. Mario la abita ora vicino a Buenos Aires,mentre Alma, Mario e Armando a La Plata. Alma e Mario lavorano negli orti,mentre Armando, l’unico nato là, è ingegnere agronomo.

Come vi siete trovati in Italia?

I. Male, perché nessuno ci ha aiutati.

C. Io ho lavorato in due ditte. La prima, l’Eccelsio, era una ditta di fisarmoniche che esportava in sessantasette nazioni ma è fallita per cattiva amministrazione; nella seconda, Ceramiche Fata, ho lavorato dieci anni ma ho ricevuto una buonuscita irrisoria di sei-sette milioni di lire.

I. Io ero giovane allora, avevo trentadue anni e volevo andare a lavorare ma i miei suoceri non volevano…Abbiamo dovuto cominciare tutto daccapo un’altra volta.

(Terra Promessa, Il sogno argentino,Storia e testimonianza, volume 1, Paola Cecchini, Ancona, aprile 2006)


Vincenzo Foresi

Il 60% degli emigranti del periodo erano operai della Società Anonima Costruzioni Meccaniche Adriano Cecchetti (S.A.C.M.A.C.), la più grande fabbrica cittadina.

Lavorava alla Cecchetti anche Vincenzo Foresi che emigrò nel 1949 dopo essersi sposato con Lidia Stortini. Formidabile tessitore di rapporti umani, è stato il primo presidente della Federazione delle associazioni dei marchigiani ed il promotore del gemellaggio che il 19 maggio 1990 ha unito la città di Civitanova a quella di General San Martín.

Vincenzo Foresi, originario di Civitanova Marche (Archivio Storico Emigrazione Marchigiana), General San Martin, 1950

L’intervista che segue è stata rilasciata in tale occasione al giornalista Ennio Ercoli di Civitanova Marche e ripubblicata postuma nel dicembre 1998 sul periodico Mille paesi di cui Ercoli è direttore.

L’autore ha autorizzato la sua trascrizione con l’espresso intento di far conoscere ed apprezzare la straordinaria personalità di Foresi.

“Foresi, in che anno partì per il Sud America? Quali emozioni provò in quel momento, sicuramente intriso di amarezza e trepidazione?

Sono partito dall’Italia per l’Argentina il 21 settembre del’49. Le emozioni che ho provato? Ricordo come fosse adesso la prima, quando mi ricevettero al porto di Buenos Aires; arrivare in un paese sconosciuto è sicuramente una di quelle preoccupazioni che ti afferrano alla gola. L’impatto con la realtà sudamericana per me è stato mitigato dal fatto che all’inizio sono stato ospite  di una lontana zia di mia moglie. Sono stato dieci mesi con loro. Ho lavorato in una fabbrica che produceva articoli casalinghi in alluminio. Dopo appena un anno mi sono messo per conto mio. Mi sono, come dire, indipendentizzato. La prima immagine che mi turbò sul suolo argentino fu questa: vedere nei sacchi dell’immondizia dei pezzi di carne e di pane gettati via. Quei preziosi avanzi gettati con noncuranza mi fecero sussultare. Ricordo che dissi alla zia di mia moglie: Voi non vi ricordate che in Italia in questo momento c’è la fame, mentre il paese è distrutto dalla guerra!

La mia esistenza in terra argentina è stata contrassegnata dal lavoro. Mi sono progressivamente ambientato, quindi ho cominciato a mettermi in proprio. Si guadagnava veramente bene, rispetto alla vita che si conduceva in Italia.

Come ha fatto a mettersi in proprio in così poco tempo?

Guardi, è stato davvero strano. Vorrei dire, anzi, che è stato precisamente singolare. Perché nella fabbrica nella quale ero fortunatamente andato a lavorare (produceva pentole in alluminio, casseruole,padelle e tegami) mancava un accessorio di non secondaria importanza: la maniglia. I manici, insomma. Potrà sembrare strano, curioso, ma allora in Argentina le maniglie non si fabbricavano. Venivano importate dalla Germania e in terra argentina venivano soltanto pitturate. Così arrivò il giorno in cui mi venne chiesto se fossi stato in grado di predisporre le matrici per realizzarle. Dal momento che alla Cecchetti avevo lavorato al tornio, risposi affermativamente, che sapevo come si dovesse fare. A quel punto mi misero a disposizione tornio, pialla, fresa e tutte le altre macchine necessarie.

In meno di sei mesi realizzai tutte le matrici necessarie per la produzione di una linea completa. Predisposi in tutto centocinquantaquattro tipi di maniglie differenti.

La notizia che le fabbricavamo, fece velocemente il giro di Buenos Aires dove c’erano una trentina di aziende che producevano articoli casalinghi in alluminio. Posso garantire che già alle quattro del mattino i clienti facevano la fila per acquistare le nostre produzioni. Poi avvenne un fatto. I proprietari della fabbrica nella quale lavoravo erano due. Uno di essi, lo zio di mia moglie, decise di dedicarsi all’attività immobiliare e mi chiese se volevo portare avanti il reparto che produceva maniglie. Dico la verità: subito mi trovai un po’ a disagio. Ero da poco in un paese straniero,non sapevo neanche che cosa fosse una cambiale o un assegno. Non avevo affatto timore della fase produttiva, che padroneggiavo, mentre mi preoccupava la parte commerciale di questa avventura che mi si apriva dinanzi. Nonostante ciò, mi decisi per il si. Innalzai quattro pali, per predisporre un rudimentale laboratorio, utilizzando una ventina di lamiere accatastate dietro casa,comperata per far venire in Argentina anche mia moglie. Lei mi raggiunse il 22 agosto 1950 assieme a mio fratello. Mio fratello Giuseppe ed io cominciammo a lavorare ventiquattro ore su ventiquattro. Producevamo maniglie, che venivano anche pitturate. Alle undici di sera mettevamo a cuocere nel forno una certa quantità di pezzi, poi me ne andavo a dormire. Dopo due ore si alzava, per controllare il tutto, mio fratello che già aveva fatto un turno di sonno. Si seguitava così fino al giorno seguente. Le cose andavano bene, anche perché non si guardava all’orario di lavoro. Nel raccontare tutto ciò non vorrei esagerare. Per esprimere bene il concetto, ricorro al nostro linguaggio civitanovese: facemmo i soldi a …palate. Quella volta io mandavo in Italia a mio padre Giacomo la metà, o poco meno, di quello che guadagnavo: corrispondeva alla paga di tre mesi di quando lavoravo alla Cecchetti.

Tutto questo accadeva negli Anni Cinquanta…

Certo, s’immagini l’entusiasmo di allora. Quando poi arrivava una lettera dall’Italia erano emozioni forti e lacrime. Però, visti i risultati del lavoro, l’emozione per il distacco dalla madrepatria, l’angoscia e la nostalgia si attenuavano, passando man mano in secondo piano. A forza di lavorare, di migliorare ed ampliare, siamo arrivati alla realtà di oggi:capannoni per circa duemila metri quadrati coperti.

Quanti dipendenti aveva allora?

Nel 1960, quando venne terminata la costruzione, avevo alle dipendenze settantaquattro persone. Adesso ne ho appena ventisei.

Come mai questo calo?

Dopo alcuni anni in cui tutto andò a gonfie vele, si manifestarono le prime avvisaglie della crisi. Ci furono diversi cambi di governi, ognuno di colore diverso. I colori politici dell’Argentina superarono addirittura quelli dell’arcobaleno. Mancanza di serietà e di organizzazione fecero precipitare la situazione del Paese. Però noi immigrati lavoravamo ugualmente. Molti hanno detto che gli italiani hanno trovato l’America a Buenos Aires. E’ più preciso affermare che noi l’America l’abbiamo fatta. Gli emigranti italiani, unitamente a quelli spagnoli, francesi, inglesi e tedeschi hanno realmente costruito l’America del Sud. Questo non può essere smentito da nessuno.

Torniamo un attimo indietro. In Italia come maturò la sua decisione di partire per l’altro capo del mondo?

La decisione la presi in maniera chiara e precisa. In quei giorni, alla fine degli anni Quaranta, si parlava dell’eventualità di un’altra guerra contro la Jugoslavia, per via dei territori irredenti di Trieste, Pola,Fiume e Zara. La ricostruzione dell’Italia non era ancora cominciata. Alle Officine Cecchetti di Civitanova, una volta tornato dalla guerra, dopo tredici anni di lavoro ed il corso tecnico che avevo frequentato, avevo avuto la possibilità di giungere a posti di responsabilità. L’ingegner Pavanelli, che era il capofabbrica, diceva sempre che dopo di lui, nella gerarchia aziendale,venivo io. Così un po’ per il pericolo della probabile imminente guerra, un po’perché all’interno della fabbrica non c’era più spazio per progredire, decisi di partire. Alla fine si può dire che sia stato una specie di capriccio quello che mi prese, influenzando la mia scelta di emigrare in Argentina. Il benemerito Adriano Cecchetti, parecchio tempo prima che partissi, mi chiamò personalmente nel suo ufficio e mi disse: Guarda Foresi, tu hai un anno di permesso e se non ti basta te ne prenderai di più;però quando ritornerai, se ci sarò ancora io, riavrai il tuo posto qui nell’officina. Forte di questa assicurazione nel caso di un mio eventuale rientro, presi la decisione di andare. Appena arrivato in Argentina, il primo amico in assoluto che incontrai fu il civitanovese Attilio Sabatini, oggi direttore generale della fabbrica di motociclette Zanella, che conta attualmente ottocento operai.

Quando era andato in Argentina, Sabatini?

Un anno prima di me. E’ stato lui a ricevermi al porto di Buenos Aires, alle nove di sera di un 12 ottobre, esattamente quattrocentocinquantasette anni dopo Cristoforo Colombo.

Come ricorda Adriano Cecchetti?

Lo ricordo veramente con emozione, perché durante la guerra è stato un uomo che ha aiutato molta gente, tanto i partigiani come gli operai.Disgraziatamente, quando è caduto il fascismo, al passaggio degli alleati,Adriano Cecchetti dovette soffrire qualche mese di carcere a Civitanova Alta.Oggi stesso non riesco a concepirlo. Io non so se fu un problema di invidia o meno. Ritengo che i problemi politici siano stati determinati in misura inferiore rispetto agli altri.

Cecchetti era, insomma, un uomo dal cuore buono.

Per me era un uomo dal cuore straordinario.

Da quello che lei ricorda era una figura amata e benvoluta dagli operai?

Prima della guerra era amatissimo dagli operai; dopo il conflitto si era praticamente quasi ritirato. Poco tempo dopo infatti morì, nel’47. Ricordo ancora la cerimonia di quando gli venne intitolata la strada difronte allo stabilimento.

Di carattere com’era?

Per me personalmente ha avuto sempre rispetto e considerazione. Era amico di mio padre, Giacomo Foresi. Mi ha affidato sempre lavori di grande responsabilità.

Anche suo padre lavorava alla Cecchetti?

No. Papà ebbe una disgrazia: il fratello Giuseppe morì tra gli ingranaggi di una macchina impastatrice per la produzione di mattonelle a Potenza Picena. Io avevo sei anni quando morì mio zio. A seguito di quel fatto,mio padre riscosse il premio dell’assicurazione. Allora Adriano Cecchetti chiese a papà  (non lo dimenticherò mai) i soldi dell’assicurazione come prestito o come integrazione al capitale della Società Anonima Cecchetti. Per capire come andarono le cose, debbo precisare che il fratello di mia madre, Pio Catinari, era motorista dell’aviazione. Un grande motorista, deceduto, purtroppo, in un incidente stradale nei pressi di Macerata. Mio padre era stato indeciso, in precedenza,se dare i soldi di cui disponeva al cognato o ad Adriano Cecchetti. Li diede infine al fratello della moglie, per aiutarlo ad aprire un’officina a Fontespina. Arrivata la disgrazia, perse tutto. Quando poi andai da Cecchetti a chiedere lavoro, Adriano mi disse: Ah!,tu sei il figlio di Giacomo…

Cecchetti, in sostanza, l’ha assunto sebbene suo padre non l’avesse in precedenza finanziato…

Sì. Se mio padre avesse dato quei soldi ad Adriano, quandola Cecchetti era ancora una baracca,oggi io sarei stato un successore della fabbrica. Ma la storia non si fa con i se.

Adesso parliamo,invece, della famiglia de Lo Casò. Dove si trovava l’abitazione e com’era quella vostra famiglia patriarcale?

Papà viveva in una casa giustamente denominata Lo Casò, dato che i componenti del nucleo familiare erano in tutto quarantaquattro persone.Parliamo di cose e vicende relative al 1920.

La sorella di papà era fidanzata con Pietrelli, il figlio dell’Acquarella. Il giovane andò a chiedere in prestito per un giorno la falciatrice, che allora si trainava con le vacche.  Erano le prime attrezzature uscite dalle officine, sostituendo in maniera quasi avveniristica la mietitura a mano. Mio padre gliela prestò, grave errore, senza prendere l’ordine dal vergaro, lo zio Bernardino.

Per tale motivo in casa si era accesa una guerra: mio padre dovette scappare, saltando verso i campi di Bambozzi, lasciando sola

(Terra Promessa, Il sogno Argentino, Storia e Testimonianza, volume 1, Paola Cecchini, Ancona, aprile 2006)