All'Art. 21 del Collegato si ribadisce che le pubbliche amministrazioni debbono garantire parità e pari opportunità tra uomini e donne e l'assenza di ogni forma di discriminazione, diretta e indiretta, relativa al genere, all'età, all'orientamento sessuale, alla razza, all'origine etnica, alla disabilità, alla religione o alla lingua, nell'accesso al lavoro, nel trattamento e nelle condizioni di lavoro, nella formazione professionale, nelle promozioni e nella sicurezza sul lavoro. Le pubbliche amministrazioni, poi, sono chiamate a garantire, anche, un ambiente di lavoro improntato al benessere organizzativo e si impegnano a rilevare, contrastare ed eliminare ogni forma di violenza morale o psichica al proprio interno. Per realizzare questi principi e missioni, tutte le amministrazioni pubbliche, al proprio interno, entro 120 giorni dall'entrate in vigore della presente legge, dovranno costituire un Comitato unico di garanzia per le pari opportunità, la valorizzazione del benessere di chi lavora e contro le discriminazioni. Tale organo sostituirà, unificando le competenze in un solo organismo, i comitati per le pari opportunità e i comitati paritetici sul fenomeno del mobbing, costituiti in applicazione della contrattazione collettiva, dei quali assume tutte le funzioni previste dalla legge, dai contratti collettivi relativi al personale delle amministrazioni pubbliche o da altre disposizioni.
Per approfondire:
www.innovazionepa.gov.it
Lavori in corso / Gps esistenziale per neodiplomati.
Da Actl una guida e un consiglio: no agli stage seriali
ACTL e Assolombarda ieri hanno incontrato i neodiplomati, tema: entrare nel mercato del lavoro in tempo di crisi. Si tratta dell' appuntamento annuale per presentare l'omonima guida in versione aggiornata 2010, quest'anno però le criticità sono di più. Come muoversi allora? Marta ha eseguito l'incontro e riferisce. A parte l'uso corretto dello stage, strumento di orientamento deteriorato dall'uso improprio che se ne fa in troppe aziende, il consiglio finale mi sembra importante e non scontato...
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Flessibili o precari?
Sorpresa: adesso la Cgil parla come i Millennials
Della campagna di guerrilla marketing con gli annunci paradossali (ma mica troppo: basta far un giro nei blog per trovare reperti dalla piccola bottega degli orrori del recruiting...) parlava da una settimana tutta la Rete, e si facevano varie ipotesi su chi fosse il mandante-comittente dei GiovaniNonPiùDispostiATutto...lo ammetto, credevo che dietro ci fosse Arnald, e gliel'ho anche chiesto su Facebook. "No, no.." mi ha risposto lui. Niente scherzi, niente provocazioni situazioniste, stavolta. Il sindacato prova a cambiare linguaggio e a parlare blogghese per avvicinarsi ai Millennials? Secondo me è un buonissimo segno..
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Le tecnologie a supporto di forme flessibili di lavoro. Un nuovo call dall'Osservatorio DONNE nella PA
Per il 2010 l'Osservatorio DONNE nella PA - promosso da FORUM PA in partnership con futuro@lfemminile e INAIL - promuove un call aperto a tutte le Pubbliche Amministrazioni finalizzato a raccogliere, valorizzare e divulgare azioni concrete volte da un lato a favorire, al proprio interno, attraverso strumenti di flessibilità, lo sviluppo professionale delle donne; dall’altro a sostenere, verso l’esterno, attraverso strumenti di semplificazione burocratica, la conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di vita.
Tutte le Pubbliche Amministrazioni possono partecipare segnalando progetti realizzati, in fase di start up o ancora in fase embrionale. Finalità del call è di raccogliere e mettere in condivisione un patrimonio di iniziative concrete, di esperienze, di idee e di realizzazioni che possano essere utilmente replicate anche in altri contesti.
Flessibilità e nuove tecnologie: la moderna gestione delle risorse umane
. E' questo è il tema scelto per il call 2010.
Rapporto Gender Gap del World Economic Forum per il 2010: l'Italia sempre più in basso
L'Italia continua a perdere posizioni nella classifica delle pari opportunità tra uomini e donne: nel
rapporto 2010 del World Economic Forum
l'Italia - con il suo 74mo posto (su 134 Paesi analizzati), due in meno rispetto al 2009 - è il fanalino di coda dell'Unione Europea, seguita, tra i Paesi avanzati, solo dal Giappone ma preceduta da Repubblica Domenicana, Vietnam, Ghana, Malawi, Romania e Tanzania.
Ai vertici della classifica, nell'ordine, Islanda, Norvegia, Finlandia e Svezia, in fondo ci sono Mali, Pakistan, Ciad e Yemen.
Le differenze tra i sessi, spiega Klaus Schwab, fondatore e presidente del World Economic Forum sono direttamente correlate con l'alta competitività economica: donne e ragazze vengono trattate in modo equo se un Paese è in crescita e prospero. Ma abbiamo ancora bisogno di una vera rivoluzione per le pari opportunità, non soltanto mettendo insieme un largo gruppo di talenti sia in termini numerici che qualitativi, ma anche creando una maggiore sensibilità rispetto al problema nell'ambito delle nostre istituzioni.
Lavoro: sempre sostantivo maschile?
Ovunque, anche in economia, manca una visione femminile. Se a cambiare fosse il punto di partenza dove potremmo finire?
Il mondo è certamente una gabbia di matti. Anche i maschi - economisti e perfino giornalisti in primo luogo - raccontano la perdita prodotta, a tutti i livelli, dalla scarsa partecipazione delle donne al processo produttivo, ma nessuno - tanto meno gli addetti all'organizzazione reale del lavoro - fa i passi giusti per avviare a soluzione il rischio del danno collettivo. Un amico sindacalista Cisl, un paio di anni fa, mi faceva un discorso preoccupato sulle giovani che abbandonano il lavoro quando le responsabilità familiari si fanno pressanti. E ragionava: le donne non sono più quelle di un tempo, educate più ad essere casalinghe che lavoratrici; oggi una ragazza che abbandona un lavoro anche non gratificante, ma necessario alle sue aspettative di vita, dopo due anni di accudimento di casa, bambino, quando non anche di un genitore non autosufficiente, rischia di finire frustrata. Perfetto. Eppure né lui né alcun altro sindacalista ha mai posto pubblicamente la questione come problema di tutti i lavoratori. Adesso vediamo aumentare le rinunciatarie e le laureate bussano alle agenzie di pulizie per un lavoro qualsiasi....
Alla fine dell'estate un'intera puntata di Presadiretta è andata in onda su RaiTre proprio per informare (una rarità, in tv) di tutti i fattori negativi a carico delle donne lavoratrici e del danno sociale che ne deriva. Ma nei normali dibattiti i conduttori reclutano le donne come individui (Raffaella Lamberti direbbe non le ritengono individue) neutri, cioè uomini e non fanno emergere correzioni di sistema se, per esempio, i servizi fossero una priorità.
Ma ormai siamo all'allarme rosso: Chiara Saraceno dalla constatazione dell'inattività delle italiane nel contesto statistico europeo (dove sono finiti gli obiettivi di Lisbona?!), evocava, al di là della depressione di chi non cerca neppure più di spedire i curricula, lo spettro - che è sollievo dei governanti- del ritorno della dipendenza femminile dallo stipendio, ormai magro, di un uomo. Eppure, davanti alla minaccia di chiusura di una delle più importanti imprese nazionali di biancheria intima, con manodopera quasi esclusivamente femminile, a Bologna la rabbia delle lavoratrici è esplosa in un grido d'allarme: Mai casalinghe per forza, piuttosto occupiamo. Questo per forza traduce in termini feminili l'articolo 1 della Costituzione.
Quello che manca è, appunto, purtroppo ovunque, la visione femminile. Sempre a fine settembre il Sole 24ore sosteneva l'inopportunità delle quote rosa nei consigli di amministrazione: in Norvegia, infatti, i risultati sono stati negativi. L'affermazione era priva di dati disaggregati che dimostrassero le responsabilità fallimentari attribuibili a donne-manager e non ai contraccolpi della crisi. Neppure io ho passione per le quote, ma nessun sistema negoziale elimina il pregiudizio che emargina il femminile e privilegia il maschile. Meglio del Sole 24ore, rende chiari i nostri problemi l'interrogativo di un'economista americana. Elinor Ostrom, la prima donna Nobel per l'economia (2009), a proposito della crisi finanziaria mondiale iniziata con il crollo della Lehman Brothers: sarebbe andata in un altro modo se si fosse chiamata Lehman Sisters?. La battuta non significa che, se invece dei fratelli ci fossero state le sorelle Lehman, non ci sarebbe stata la crisi mondiale; ma fa il paio con un'altra domanda paradossale: e se l'economia non fosse costruita sulla competitività?. Elinor usa il metodo della trasgressione femminile per scoprire la nudità dei re e cercare di riposizionare le questioni.
L'economia è essenziale e vedremo quanto potrà progredire. Ma è una vera pena che tutti raccontino quanti miliardi perde lo stato per l'esclusione delle donne rifiutando il loro contributo teorico e pratico all'innovazione dei processi. Flessibilità e mobilità possono non essere solo un tormentone: la donna lavoratrice, perfino l'addetta alle pulizie o la straniera che non parla l'italiano, potrebbero diventare maestre di correzione di rotta di questi tormentoni, perché la vita femminile è di per sé flessibile.
Adesso siamo tutti al palo, anche perché l'Italia è il paese che, per responsabilità del malgoverno e di una cultura di sudditanza, da un lato passò alla sponda sicura dell'euro raddoppiando dal basso i prezzi in lire (il governo non impose per legge la dicitura del doppio valore) e dall'altro si trova con gli stipendi più bassi e il pagamento più alto alle banche - a spese del contribuente - del servizio del debito. Le donne finiranno anche loro per fare solo rivendicazioni. Ma desidererebbero rivoltare un poco il mondo economico davanti ad una crisi che sta diventando sistemica ed è destinata a cambiare anche questa fase del capitalismo (sulla cui definitiva stabilità nessuna scuola di pensiero giura).
Perché mai bisogna, tutte le volte che c'è una crisi, andare a fondo tutti insieme, uomini e donne, senza mai neppure tenere conto della domanda scomoda: e se fosse sbagliato qualche punto di partenza?. Non ci basta se una donna che ha posto quesiti scomodi alla scienza ha ricevuto il Nobel....
Inoccupate a chi?
Il nostro Paese è popolato da alcuni milioni di persone, anzi donne, pensanti, competenti e sane che le statistiche definiscono 'inattive'...
Come sempre è polemica e guerra di cifre: sarà vero l’8,2% dell’Istat o l’11% della Banca d’Italia? Il Ministro Sacconi non ha dubbi: il Governatore Draghi usa “dati esoterici” e, soprattutto, ha ragione chi rappresenta la situazione a tinte meno fosche. Oggetto del contendere sono i numeri della disoccupazione e la differenza di qualche punto percentuale significa ‘certificare’ che migliaia di persone - sulla carta - sono o no occupate. Su una cosa sembrano concordare tutti (economisti, politici, ricercatori e specialisti vari): superata la crisi, quella che si profila è una crescita definita “jobless”, cioè senza lavoro. La faccenda è già molto seria in sé, ma a questa preoccupazione se ne aggiunge un’altra: tale previsione non sembra suscitare particolari fremiti nelle classi dirigenti, che dibattono con più passione di politiche monetarie e finanziarie, di delocalizzazione e deregolamentazioni. Questa crisi mondiale e senza fine ha distrutto e distruggerà posti di lavoro senza provocare significativi mutamenti di rotta. I problemi sono nuovi, dettati dalla globalizzazione dei mercati e delle popolazioni, ma le soluzioni hanno un sapore antico. A conferma che, in Italia in modo particolare, il punto di osservazione di chi ha possibilità di manovra è arretrato c’è il dato dell’occupazione femminile: siamo in controtendenza rispetto ai paesi sviluppati e le donne che non lavorano e che non cercano più un’occupazione sono circa la metà della popolazione femminile in età lavorativa. Il fallimento dell’obiettivo di Lisbona del 60% di donne occupate è definitivo e senza possibilità di appello. Il nostro Paese è dunque popolato da alcuni milioni di persone, anzi donne, pensanti, competenti e sane che le statistiche definiscono “inattive”, che quindi non producono reddito e non contribuiscono alla fiscalità generale. Lasciando da parte il fatto che quelle donne - tra lavoro nero fuori casa e impegni familiari di cura per figli, nipoti e anziani - sono attivissime, la domanda che rimane senza risposta è: può un Paese fare a meno di questa ricchezza? Il coro dei no ufficiali è assordante, ma in realtà le donne sono le più penalizzate, insieme ai giovani, dalla crisi. Tornando alla Banca d’Italia, l’ultimo Bollettino economico dava il tasso di disoccupazione femminile al 9,4%, contro il 7,6% maschile. Nella drammaticità complessiva della situazione che accentua la forbice tra ricchi e poveri, cresce anche uno squilibrio tra i sessi che rende inevitabili ulteriori sconquassi: se si erodono i diritti delle donne - e il lavoro È un diritto - le fasce deboli lo saranno sempre di più. Una visione economica ‘tradizionale’ individua nella inferiore possibilità di consumare beni e merci il problema della disoccupazione femminile. Osserviamo però che alla riduzione di intelligenze ed energie di cui le donne sono portatrici nella società corrisponde un danno gravissimo in termini culturali. Forse è impossibile dare un valore numerico o monetizzare questa perdita, che è indiscutibile. Intanto si è tenuto il tradizionale Gran Ballo delle Debuttanti mentre echeggiavano nelle piazze le richieste di lavoro dei precari della scuola. In tanto frastuono di violini e fischietti siamo tranquille: a capo della Confindustria c’è una donna, a capo della Cgil pure. Qualcosa di buono dovrà succedere. Altrimenti, davvero, non c’è più speranza.
Escluse o autoescluse?
Nelle imprese italiane le donne sono generalmente penalizzate nell'accesso ai premi, ma...
Ogni tanto i media, bene o male, si occupano delle donne reali, talvolta addirittura di lavoratrici, aspiranti tali o disoccupate. Visioni stereotipate non aiutano a capire i termini del problema ed è inutile cercare ‘il colpevole’: tra le donne? nei loro mariti/compagni? nelle imprese? nello stato del welfare italiano?
Quindi è bene parlarne ed approfondire.
In un recente studio il Cnel ha offerto un interessante studio (http://www.portalecnel.it/) che ben fotografa la situazione lavorativa delle italiane, anche nelle sue fasi finali: l’età pensionabile, che più di ogni altro ci dice come va a finire, al di là di ogni convinzione personale. Anche l’Isfol (www.isfol.it) ha analizzato il fattore donne sotto un profilo di grande attualità: la contrattazione integrativa e il divario salariale di genere. Ed il tema è attuale ed interessante poiché proprio alla contrattazione integrativa si tende, in questa fase, a dare grande importanza per la distribuzione dei guadagni di produttività ai lavoratori sotto forma di salari più elevati.
E le donne come stanno in questo processo? Male, come sempre grazie. Dallo studio emerge infatti che “il risultato più rilevante riguarda il fatto che nelle imprese italiane le donne sono generalmente penalizzate nell'accesso ai premi salariali eccedenti i minimi contrattuali”.
Allora è legittimo chiedersi se abbiamo colpe soggettive, se siamo troppo poco competitive o troppo mamme, se ci escludono o ci autoescludiamo.
Se analizziamo qualcuno dei contratti in questione, ci accorgiamo che spesso il premio di produttività viene erogato a chi fa meno assenze, quindi vale la mera presenza, il face time, come dicono negli USA. E chi verrà penalizzato? Da recenti esperienze nel contratto di lavoro di una grande impresa nazionale su 16 lavoratori esclusi dal premio integrativo 12 sono giovani mamme e 2 sono “rei” di essersi ammalati, per pochi giorni alla volta, (un uomo ed una donna per la verità). Ed ancora: la tutela della maternità per le lavoratrici a progetto, diventata finalmente legge presenta non poche difficoltà nella sua applicazione: prima di tutto non tanto la norma in sé ma la sua banale applicazione. Ogni lavoratrice a progetto facendo richiesta all’Inps si sente rigettare, normalmente la pratica, perché il versamento dei contributi effettuato dal datore non è transitato dall’Agenzia delle Entrate che li raccoglie. Un semplice problema tecnico e di semplice soluzione, se non fosse che magari va risolto appena partorito o qualche giorno prima, perché questo è il tempo di risposta dell’Inps.
Saranno le donne che se la vanno a cercare?
La ragazza che voleva diventare Prefetto
Dalla ribellione individuale alla battaglia comune
Cinquanta anni fa una memorabile sentenza della Corte Costituzionale, apriva alle donne la porta delle carriere fino a quel momento precluse. La persona a cui dobbiamo questa conquista si chiama Rosa Oliva, una ragazza che aveva intrapreso il ricorso costituzionale perché voleva diventare Prefetto. La sua storia, che si arricchisce in questi giorni della nomina a Grande Ufficiale della Repubblica italiana, ci da' lo spunto per riflettere e fare un bilancio sulle donne nel mondo del lavoro.
Partiamo dal 1960, l'anno della sentenza 33. Dopo 12 anni la Costituzione era ancora inapplicata. C'è voluto il coraggio di una ragazza appena laureata per rimettere a posto le cose. Che paese era l'Italia per una giovane donna?
Non era un paese aperto ad accogliere innovazioni nella condizione femminile. Quando esternavo le mie rimostranze sulla segregazione femminile nel mondo del lavoro mi si opponevano delle argomentazioni come “sei sicura che le donne possano davvero fare il prefetto?”. C'era sia l'UDI (Unione Donne Italiane) che il CIF (Comitato Italiano Femminile) però io ne ignoravo l’esistenza, quindi il mio percorso, non per scelta, era all’epoca al di fuori delle associazioni femminili. Ero una ragazza che aveva studiato e non accettava una discriminazione in quanto donna; trovavo la norma del 1919, che escludeva ancora le donne da alcune carriere, ingiusta e incoerente con la Costituzione e quindi mi sono ribellata. E' stato un gesto individuale.
E lei che ragazza era? Quale è stata la sua formazione?
A distanza di cinquanta anni sto provando a ricostruire i contorni di quella giovane. Provengo, da parte di mio padre, da una famiglia meridionale con una cultura radicata profondamente nel diritto e nelle regole. Da parte materna, anche questa una famiglia napoletana, mi è stata tramandata una tradizione quasi totalmente al femminile; le mie tre zie, nate nei primi decenni del '900, hanno lavorato e studiato da sempre conciliando lavoro e famiglia, come del resto una zia e varie cugine da parte di mio padre. Insomma degli esempi di donne emancipate ed avanzate rispetto ai tempi. Quindi un contesto familiare molto stimolante.
Come è nata questa sentenza storica?
Soltanto adesso ho capito, guardando i dati sulla frequenza delle donne all'università negli anni '50, che ero una ragazza privilegiata. Allora non me ne rendevo conto, perché mi trovavo a frequentare un gruppo di studenti e studentesse numericamente pari. Sono stati invece gli studi giuridici che ho intrapreso che mi hanno resa consapevole della discriminazione che stavamo vivendo. Avevo deciso di intraprendere una carriera pubblica e ho cominciato a presentare domande ai concorsi; c'era un bando per la carriera prefettizia che richiedeva tra i requisiti l'appartenenza al sesso maschile. Ho fatto ugualmente domanda e da lì si è aperto il ricorso che ha portato alla sentenza 33.
Dalla discriminazione per legge degli anni '60 ad una discriminazione più subdola, quella attuale. Quale è il cortocircuito sul lavoro femminile?
In Italia le barriere formali sono state del tutto eliminate; quello che manca è arrivare all’uguaglianza sostanziale prevista dalla Costituzione. Per passare dall'eliminazione delle norme in contrasto con i principi costituzionali all'introduzione delle disposizioni previste come necessarie c'è ancora molta strada da fare. Questo è il momento in cui deve essere fatto il salto di qualità. Nei decenni scorsi è stato raggiunto un grande risultato: si è passati dal principio dell'uguaglianza, che non teneva conto della differenza tra i sessi, al principio della parità, che tiene conto delle differenza nell'uguaglianza, al concetto di genere; lo dobbiamo alle lotte del movimento femminista. Poi c'è stato, anche grazie al movimento internazionale delle donne e alla Commissione nazionale per la parità, l'approccio delle azioni positive. Quello che in Italia non è scattato, come invece è avvenuto nei paesi scandinavi e in Spagna, è proprio la capacità dei Governi e del Parlamento di affrontare in maniera concreta la questione e intervenire con dei piani incisivi e delle norme di attuazione dei principi.
Se i Governi non sono stati in grado, secondo lei la società italiana è pronta a recepire questi principi?
Ci sono tanti gruppi di pressione formati da donne che si battono per l'applicazione di questi principi ma questa pressione è limitata dal fenomeno del rifiuto della diversità che è molto comune soprattutto tra le più giovani. Una ragazza di oggi che segue gli studi con successo spesso ritiene sia discriminante mettere in evidenza la diversità di genere. In seguito le donne si scontrano con la realtà, o per l'accesso al lavoro o nell'ambiente professionale; per non parlare poi del problema del lavoro di cura, che nel nostro paese è praticamente solo sulle spalle delle donne, per la scarsa condivisione con gli uomini e i pochi servizi.
Nello scenario odierno di un mercato del lavoro che tende a ridurre le tutele e i diritti conquistati nel '900, le donne sono il classico 'vaso di coccio tra i vasi di ferro'. Cosa accadrà?
Tutta la nostra Costituzione di basa sul principio di garantire la libertà nell'uguaglianza, in particolare tra impresa e lavoro. Però ci si sta allontanando da questo equilibrio, l'attuale governo da' la prevalenza alla libertà e rischiamo che prevalga la legge del più forte, indebolendo il sistema democratico basato sulle regole. E questo incide pericolosamente sulla condizione umana, su quella dei lavoratori in particolare e delle donne ancora di più.
Cosa manca alle giovani donne di oggi ?
A molte, non certo a tutte, manca la consapevolezza, degli ostacoli che incontreranno e di quello che le donne italiane hanno conquistato. Non conoscono le battaglie e le vittorie, non sono consapevoli di quanto la Costituzione e lo stato democratico influiscano sui destini personali. Ho constatato che molti la pensano come me e attribuisco a questo il successo delle celebrazioni dei cinquant’anni della sentenza provocata da un mio ricorso. E, inoltre, molti, tra le giovani donne e i giovani uomini non sanno che questi diritti sono labili e possono essere perduti.
Che cosa è l'associazione 'Aspettare stanca' di cui è presidente?
Per me, e anche per le altre fondatrici, ha rappresentato una possibilità di incanalare la rabbia e la frustrazione vissute nel 2006 dopo l'approvazione della legge elettorale. Ero nel gruppo di donne che aveva seguito in Parlamento l'iter di questa riforma, di cui vedevamo i pericolosi aspetti di carattere generale, evidenziati dall’opposizione in Parlamento e riscontrati in seguito nella sua applicazione. Abbiamo tentato di far introdurre almeno delle garanzie per la presenza femminile. Siamo state vittime di una beffa in quanto sono state fatte approvare norme sulla rappresentanza femminile ad un solo ramo del Parlamento, in modo che non arrivassero in tempo utile per introdurle nella legge elettorale. 'Aspettare stanca' è nata ed è ancora impegnata per sostenere la rappresentanza democratica e la presenza qualificata delle donne nei luoghi decisionali.
Quali sono i suoi prossimi obiettivi?
Sono tra le promotrici, e siamo alla ricerca di altri fondatori e fondatrici, della Rete per la Parità, un’associazione di promozione sociale che, partendo dal patrimonio di conoscenza e riflessione raccolto negli anni da tante associazioni di donne e studiose/i, e dal lavoro del Comitato 503360, costituitosi per le celebrazioni di una lontana sentenza del 1960, vuole costruire con le giovani donne e i giovani uomini la consapevolezza indispensabile per superare indifferenza, e condizionamenti ed impegnarsi insieme, donne e uomini, giovani e meno giovani, per un obiettivo comune: la democrazia paritaria.